9.2.09

Sem Peixe... sem Nada...

Você já deve ter ouvido a frase: “não se deve dar o peixe, mas sim a vara e ensinar a pescar!”. Eu já a ouvi, eu já a disse.

Estes dias eu parei para pensar nela, na frase, é estranho que uma simples frase diga tanto sobre uma sociedade.

As pessoas que oferecem a vara, anzol e isca, não olham para aquele que deverá pescar, ao contrário, em seu altruísmo “ignóbil” elas olha somente para seu bravo ato. Às vezes até se dispõem a mais, resolvem “ensinar a pescar”. Percebam que na maioria das vezes esse ato de bondade é feito “com gosto”, com “boa vontade”, mas muitos destes mestres da pescaria esquecem-se de simplesmente olhar o outro...

Há momentos, e circunstâncias, em nossa vida que não é que NÃO QUEREMOS, É QUE NÃO CONSEGUIMOS; há momentos em que não há força, não resta “vontade”, independentemente de nossa vontade, simplesmente não temos forçar. Neste momento não adianta ninguém com seu altruísmo que nos chegue com técnicas inovadoras para pegarmos peixes dourados, não há rede ou vara que ajude, não há forças.

Há momentos em que precisamos é do peixe. O peixe nos daria força, nos reanimaria e seria mais fácil aceitar os apetrechos da pesca. Mas receber o peixe implica ser ouvido, significa ser parte, é uma humildade dupla: a pessoa que recebe tem que saber que esta precisando e que aquele peixe é caridade sim, mas que é uma caridade para alguém que de fato necessita; do outro lado a pessoa que oferece tem que saber-se humilde para não sobrepujar o outro e que a caridade feita não seja humilhante, mas antes de mais nada quem dá o peixe tem que fazer isso pelo outro, não por si... dando a vara, isca e anzol, a pessoa pode mostrar-se “mais” útil, pode mostrar-se mestre, doador, dando os apetrechos a pessoa tem como esperar um resultado, pois pode ficar observando ou ensinando se vai dar certo, se vai haver pescaria... em havendo pescaria torna-se partícipe. Dando o peixe, não há o que esperar além de ver o irmão, pois não será só um necessitado, recuperando as forças. Recuperadas as forças não há como prever se o que recebeu o peixe vai querer pescar, pois precisávamos somente recuperar as forças. Tudo fica no campo do outro... alimentado e com forças, somos todos iguais, ao passo que uns com peixes, mas que só se desfazem das iscas, são mestres ante necessitados.

Dar o peixe não é fácil, mas receber tampouco.

2.2.09

di Maurizio Matteuzzi - BELÉM Ritorno IN AMAZZONIA

A BELEM IL «GRANDE» FORUM
Il Forum sociale mondiale torna agli incontri globali e alla sua terra d'origine, il Brasile. Aperto da un grande marcia sotto la pioggia, affronterà le crisi che scuotono il pianeta con la consapevolezza di «aver avuto ragione». Oggi il confronto con i cinque presidenti «amici»
Ogni giorno più o meno alla stessa ora, qui a Belém arriva «la pioggia delle tre», una manna che allevia un poco il calore umido dei tropici che soffoca la città tutto l'anno, estate e inverno. Martedì pomeriggio ha tardato un poco ed è arrivata alle quattro, l'ora fissata per la partenza della marcia che ha inaugurato il nono Forum sociale mondiale. Era fissata alle quattro proprio per sfuggire alla pioggia delle tre. Un acquazzone terrificante che per almeno mezz'ora ha aperto le cateratte sul fiume di popolo colorato e allegro del Brasile e del mondo arrivato fin qua da 150 paesi. Ma nessuno se n'è accorto degli 80, 90, 100000 - il numero importa ma allo stesso tempo non importa, perché erano tanti - che si preparavano a partire, bagnati fino alle ossa. Anzi, visto che tardava e faceva un gran caldo, alcuni degli indigeni, protagonisti della marcia e del forum che non per caso si svolge in Amazzonia, hanno improvvisato una danza della pioggia subito assecondata dai loro dèi. Anche se per la verità in questa occasione gli indigeni e i loro dèi non hanno dovuto fare grandi sforzi. Così, inzuppata e felice, la marcia è partita dalla Estação das Docas, nella zona del porto sul fiume, dove i vecchi capannoni in ferro battuto inglese ospitano ora, dopo essere stati restaurati, ristoranti costosi e a buon mercato in cui si possono gustare l'infinita varietà dei pesci dai nomi indiani del grande Amazonas e dei suoi affluenti - jaraqui, pacu, tambaqui, surubí, pirarucu, tambauqui, tucunaré, di solito serviti con pirão e tucupí, un puré e una salsa a base di manioca... Passata la Praça da República, il cuore della città, davanti al Teatro da Paz con le sue strutture neoclassiche che ricordano alla lontana il favoloso Teatro Amazonas di Manaus, è entrata nella avenida Nossa Senhora de Nazaré. Una fiumana di gente, di varia umanità, di bandiere, di colori della pelle e delle bandiere, di striscioni - uno lungo decine di metri con il nero, il bianco, il verde e il rosso della bandiera palestinese portato da molti della numerosa presenza italiana. Naturalmente i più vistosi e fotografati erano le folte schiere degli «indios» brasiliani e amazzonici - ma sono arrivati a migliaia anche dagli altipiani andini della Bolivia, del Perú, dell'Ecuador, - che sfilavano dipinti e compatti: forse per una volta non sono e non si sentono solo oggetto di folclore - sarebbe il fallimento del Forum - con cui farsi fotografare e da immortalare dalle telecamere (dicono ci siano almeno seimila giornalisti, anche se la copertura mediatica dei grandi media internazionali e brasiliani, come la famosa e pessima Rede Globo, è molto striminzita). Come sempre e come si conviene a un evento di questo tipo, momenti di incontro, di protesta, di festa, di proposta, di affermazione politica, sindacale, etnica, umana, c'era e si è visto di tutto. Dalla crisi economica globale all'aggressione israeliana contro i palestinesi, dall'economia solidale ai diritti dei popoli originari, dalle bandiere cubane a quelle delle parrocchie cattoliche, dai marxisti-leninisti duri che invocano la «reolução» agli ottimi agli ecologisti in bicicletta, dalle «streghe» che invocano la depenalizzazione dell'aborto (che in Brasile è ancora reato e provoca stragi fra l'infinità di donne dei ceti più bassi) ai luterani, dalle lesbiche vestite in bikini leopardati ai movimenti dei «senza casa», dai «senza terra» che reclamano da Lula la promessa (e non mantenuta) riforma agraria ai verdi, dai trozkisti della Quarta internazionale a urlare che «dalla crisi capitalista si esce con un mondo socialista» a tardohippies made in Usa sovente accompagnati dai figli, da europei di mezza età e di ceto medio ad arrabbiati sottoproletari delle disgregate periferie urbane del Brasile. Poi tanti, tantissimi preti e suorine di quelli che piacciono tanto a noi: i Padri della consolata e la nerissima suor Paolina arrivata dalla Nigeria, quel frate in saio francescano e al collo una kefia palestinese. Spesso fianco a fianco con i marxisti, con le lesbiche, con gli atei incalliti. Ma soprattutto - e bellissimo - in quella fiumana spessa che avanzava, c'erano un'infinità di giovani e giovanissimi, segno che la politica (perché questa è politica piena) non è solo, come sempre più spesso sembra in Italia e forse in tutto il mondo sviluppato e «civilizzato», roba da vecchi. Il tutto, visto che siamo in Brasile e il sacro carnevale si avvicina, accompagnato dal ritmo battente e ossessivo dei tamburi, la batucada. E soprattutto, da una consapevolezza nuova che non c'era nelle marce e sfilate delle precedenti edizioni del Forum sociale mondiale: la consapevolezza di «avere avuto ragione» nella denuncia contro la natura criminale e omicida del mondo neo-liberista e nella «resistenza» contro quel mondo alla ricerca, forse a volte confusa, di «un altro mondo possibile». Ora, con il crack globale che angustia il pianeta senza eccezioni, quel mondo simbolicamente riunito a Davos - dove lorsignori hanno dovuto perfino rinunciare al caviale con champagne - è crollato. E il nuovo mondo è davanti a loro, quelli che marciavano e gridavano lungo la avenida di Nossa Senhora de Nazaré della sperduta Belém do Pará, anche se è un mondo ancora «incognito». E' simbolico il fatto che quel mondo «incognito» lo si cerchi proprio qui, nel vecchio «nuovo mondo» che almeno per gli ultimi trent'anni almeno del '900 era stato scelto come laboratorio sperimentale del mercato più selvaggio. Un mondo che certamente non è dietro l'angolo a portata di mano e dovrà essere ancora cercato e conquistato con infinita pazienza e grandi sofferenze. Ma il cuore di quel mondo era lì, sotto la pioggia e il sole di Belém ed è qui, in Amazzonia, una regione che è insieme l'inferno e il paradiso. «In Amazzonia il punto di non ritorno è vicino - dice Gilvan Sampaio dell'Istituto nazionale brasiliano per le ricerche spaziali che controlla dal satellite l'avanzata della deforestazione -.Se un altro 30% della foresta sarà distrutta, questo eco-sistema cesserà d'esistere, rimpiazzato da un altro, un'immensa savana». E al ritmo attuale, nel 2050 la metà degli alberi sarà sparita. Il disastro finanziario di oggi è solo l'annuncio del disastro ambientale di domani. Dopo la marcia di martedì, è cominciato il Forum sociale mondiale vero e proprio. Ieri era il giorno della «Pan-Amazzonia» e dei «500 anni della resistenza indigena», oggi sarà il giorno in cui i cinque presidenti «amici», il brasiliano Lula, il venezuelano Chávez, il boliviano Morales, l'ecuadoriano Correa e il paraguayano Lugo, incontreranno il Forum. Non sarà un pranzo di gala.

28.1.09

Una sola umanità...


Ieri sono stato nella marcia d'apertura del Social Forum... ed è stata ME RA VIG LIO SO.

Non ci sono razze, e pure vedo bianche, neri, indigeni; non ho sentito un discorso religioso, ma erano presente i cattolici, i protestanti, gli umbandisti, buddisti, induisti ecc.; non una causa, una lotta in particolare, pur che tutti sono qui perché un mondo migliore lo vogliono. Nella marcia era possibile vedere la nipotina con il suo nonno per dire che non esiste una eta adatta per sognare. A Belém c'è un pezzo di umanità, che rappresenta tutta l'umanità. Tanti colori, tanti volti diversi... ma sempre la stessa umanità...

Non sono un che crede nelle conquiste di questo Forum (Quelli a Davos posso cambiare qualcosa, questi a Belém possono chiedere di cambiare, se la sognano), ma sono uno che crede negli uomini, dopo che o lasciato la credenza nel divino, nel sopranaturale, restami credere all'umanità. Che può si, cambiare il suo futuro, cosciente del suo passato ed attento al suo presente.

Devo sembrare troppo idealista, troppo poetico... anche irreale... può darsi. Ma ho visto quello in che credo, moltissimo vicino a me, ho avuto un'epifania e sicuramente mi sono emozionato.

Vedete, non sono un giornalista, sono uno fato prolisso di natura...

Ma andiamo ai fati...

A Belém siamo più o meno 90 mille persone in questo forum... i capi di stato della America del Sud sono qui. Per le strade della mia città ci si senti tutte le voce del mondo... il problema è che non riescono ad essere in unisono. E chi le senti questi che urlano qui a Belém??? In Europa e negli stati uniti non si sa neanche che ci sia questo forum.

Ieri cercavo nelle agenzie internazionale e non c'era niente su questo forum... Reuters, BBC ed altre non pubblicarono niente. Oggi ho trovato, soltanto sul sito brasiliano della Reuter qualche notizia... ma su Davos c'è in prima pagina.

Il Forum di Belém serve per sfogarsi... serve perché i poveri dicano quello che vogliono, quello di chi hanno bisogno... serve per protestare contro il più ed il meno... serve per radunarsi e far vede come siamo belli come umanità... ma per cambiare... bene, mi spiace, però sono senza fiducia...

COMMENTATE
* Le immagine sono di Rafael Maia

27.1.09

Speciale World social forum - In Italiano

Oggi, 27 gennaio comincia ufficialmente il Forum Sociale Mondiale a Belém, la più grande metropoli dell'Amazzonia e perché non dire, la capitale dell'Amazzonia. Il Forum è stato preceduto di altre diverse conferenze, incontri e raduni.
Il forum è un tentativo di discutere in una plenaria con rappresentanza mondiale le condizione di sviluppo dell'umanità, e non solo, ma anche, sentendo le minoranze e la gente più semplice, proporne delle soluzione.
La scelta di Belèm, la principale città dell'Amazzonia, non che una grandissima metropoli mondiale con oltre 2 milioni di abitanti, non è stata una scelta all'accaso. La tematica ecologia, in voga in tutto il mondo, ci tocca da vicino: come svilupparsi senza distruggere la natura? Chi vale di più, un uomo, un albero o pure un bradipo? Ovvio che non cerco di scherzare, e neanche di fare dei paragone assurdi, ma queste questione ci tocca.
la sfida che si affaccia sulle soglie sia della Casa Bianca, del Quirinale, Planalto o pure da qualsiasi centro di potere politico, è consigliare sviluppi sociale, ed economici, con la salvaguardia del patrimonio culturale del pianeta.
Ovviamente che la crisi economica mondiale non sarà trascurata, e per questo sarà un tema scottante però ne sono sicuro che anche qui ci si troverà qualcuno da mettere come colpevole.
Il forum comincerà tra un po' con una marcia che partirà della riva della Baia del Guajará, vicino al centro storico, e finirà nella piazza degli operai (Praça dos operários). Questa marcia pretende essere la più multiculturale mai fata. Io me ne vado adesso per questo avvenimento storico... che mi sta succedendo acanto...

Ciao... a presto...

P.S. Potete seguire anche sul sito www.fsm2009amazonia.org.br le notizie del forum: però in Portoghese, Inglese, Francese e Spagnolo.

25.1.09

Vida moderna... Qual limite?

Não sai do carro, ou sai do carro, diz, em tom imperativo, um conjunto de vozes desconhecidas que chegam de forma ameaçadora. Não se mecha! Passa o celular, passa a bolsa! Fique onde esta!

Continuamente recebemos ordens de quem não apetece dar-nos ordem. Não temos mais total ingerência sobre nossas atividades, sobre nossas ações. O mundo, o nosso mundo, esta tomando um rumo estranho à nossos anseios. Para nossos antepassados juntar-se em cidades foi uma forma de conseguir a sobrevivência com um pouco menos de esforço e com a garantia da segurança. Primitivamente reunir-se em cidade era uma forma de buscar compartilhar a proteção mutua. Com o transcorrer das eras a vida citadina viu o florescer da democracia, do direito, da arbitragem por lei... evoluímos e nos tornamos uma humanidade de cidadãos (habitantes de cidades).

Outrora uma evolução, hoje, no continuo evoluir, a vida em algumas cidades esta nos levando ao limite da barbárie. Nos reunimos em cidades para buscar proteção, hoje nos digladiamos nas cidades. Antes proteção mutua, hoje, ataques mútuos. Estamos sendo forçados "No Limite" de nossas capacidades. Sermos levados ao limite (ou nos levarmos a ele) nos despedaça, nos esfacela, nos sucede um crash, se é que posso assim usar o termo. Estando no limite buscamos culpados, vilões, vítimas, mocinhos, mas só encontramos humanidade, ombro a ombro conosco.

Somos violentos ou nos tornamos violentos? A pouco sugeri a meus alunos que assistissem ao filme "Crash - No Limite" e propus para análise duas questões: Quem são os vilões e os mocinhos do filme e ainda a fase citada por um critico que dizia: "o pior é que crash é um retrato de nossa rotina. Meus alunos tinham dificuldade de indicar vilões autênticos ou mocinhos genuínos, mas facilmente perceberam a verdade presente na frase do crítico, na verdade meus alunos estão sendo levados ao limite. De uma turma de 35 adolescentes, rapidamente contamos: 18 já haviam perdido celulares para o problema social que eles não conseguem analisar ainda. Todos tinham conhecimentos de amigos, parentes ou conhecidos que já haviam sofridos as mais variadas formas de violência. Eles, adolescentes de 12 a 14 anos, que contam ser o futuro, já desenvolveram técnicas "in"falíveis para não sofrerem violência, mas todas as técnicas implicam em limitação de suas liberdades, implicam em desenvolver preconceitos, limites, limites e limites. Aprendem rápido que o importante é se proteger "deles".
Pessoas que não trafegam por esta ou aquela rua neste ou naquele horário. O receio de quem se esta aproximando. A paranóia de ser vitima. Nos reunimos em cidades para buscar a proteção coletiva, hoje moramos nela buscando a proteção individual.